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Parrocchia San Francesco d'Assisi in Sassari Commento del Vangelo
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COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA DOMENICA A cura dell’ordine francescano secolare ****
**** Domenica 24 settembre 2006 XXV° Domenica del Tempo ordinario - B Sap 2, 12.17-20; Sal 53; Gc 3,16 - 4,3; Mc 9, 30-37
Il tema offerto dalle
letture di questa domenica è il cammino del Messia verso la sua passione e
morte. Siamo di fronte ad uno dei momenti più alti dell’insegnamento di
Gesù: egli sta conducendo i suoi sul terreno della piena e pura fede. E’
insistente la richiesta di affidarsi a lui, di accettare tutto il mistero
nella sua globalità perché non c’è resurrezione senza il passaggio
attraverso la croce. Questa pagina di così alta rivelazione non cessa però
di essere “incarnata” e ci dice, senza falsità, quanto tempo abbiano
impiegato gli apostoli a capire! Gesù era amato da loro, stava con loro,
andava avanti a loro…. Però, quanto lungo ancora il cammino per entrare
veramente e pienamente nel cuore del mistero! Pace e Bene! Marinella
Domenica 25 Giugno 2006 XII domenica del T.O. - Anno B Gb 38, 1. 8-11; Sal 106; 2 Cor 5, 14-17; Mc 4, 35-41
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L'ultimo aggiornamento di questa pagina data del 23-09-2006
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Dal vangelo secondo Marco.
Abbiamo iniziato con il Mercoledì delle ceneri il cammino quaresimale, tempo forte dell’anno liturgico. E’ un tempo particolare, per la verità un po’ “scomodo” perché ci richiama sia come Chiesa e sia come singoli cristiani che non siamo nella pienezza della santità, ma abbiamo ancora bisogno di conversione. E questo diciamoci la verità non ci fa mai piacere saperlo. Sia per il Papa che per l’ultimo dei cristiani, risulta attuale l’invito di Gesù : Convertitevi e credete al Vangelo. Tutti nessuno escluso è chiamato alla conversione. Ognuno di noi tende a ritenersi a posto, il peccato lo diciamo a noi stessi non ci sfiora neanche. Ma nella seria presa di coscienza dell’essere peccatori sta anche la speranza di trovar misericordia presso Dio. Dio resiste ai superbi ma da grazia agli umili. Il tempo di quaresima e scomodo anche perché ci richiama il mistero della vita di Cristo che più di tutti vorremo non considerare, o tenere a debita distanza, proprio come hanno tentato di fare gli stessi apostoli all’inizio della loro sequela, ricordate le parole di Pietro a Gesù nel primo annunzio della passione: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Questo mistero é la Croce. In questo periodo siamo chiamati a meditare sul mistero di Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani, ma per coloro che sono chiamati è potenza di Dio e sapienza di Dio. La Croce è il mistero dell’ amore di Dio, che ci deve far nascere nel cuore la parola di stupore: quanto Dio mi ha amato! La Croce è mistero di imitazione: che ci deve far nascere nel cuore la volontà di portare anche noi la nostra croce ogni giorno. La quaresima non é umanamente parlando un tempo “simpatico” se per giunta ci mettiamo i richiami al digiuno, all’astinenza, alla preghiera, all’elemosina. Opere mai scontate e semplici da realizzare nello spirito di Gesù. Ma la quaresima per il fedele è il tempo della grazia. Come vivere la quaresima, come tempo di grazia? Il modo ce lo suggeriscono i 40 giorni (quaresima significa quarantesimo giorno) che Gesù passò nel deserto. Nel brano del vangelo di Marco di questa Domenica si dice che lo Spirito sospinse Gesù nel deserto. Anche noi dobbiamo essere sospinti nel deserto, nel tempo quaresimale, dallo Spirito Santo. E’ Lui il motore di propulsione di ogni opera di salvezza, non è soltanto la nostra povera volontà che ci porta alla conversione. Preghiamo, invochiamo lo Spirito Santo nel nostro itinerario di Conversione e ci sospingerà non solo a pratiche, anche se utili, ma alla conversione del cuore, per essere più uniti nell’amore a Dio e ai fratelli, per avere il cuore puro, cioè non diviso tra Dio e il mondo, tra Dio e il peccato. Vissuta nello Spirito Santo, la quaresima non è il tempo della tristezza, della mestizia del cuore, ma è già agli albori il tempo della gioia, perché Dio ci chiama a camminare nella quaresima verso la Pasqua, la risurrezione, la vita, la gioia piena che nessuno può toglierci. Poniamo davanti a Dio il nostro desiderio di Convertici a Lui, di lasciar morire in noi il peccato per risorgere con Cristo. Mercoledì abbiamo compiuto anche con un gesto il nostro proposito di conversione: l’imposizione delle ceneri, rito antico, che ci richiama il modo con cui gli antichi uomini di cui ci parla la Bibbia esprimevano il loro cuore contrito e si umiliavano davanti a Dio. Non è un gesto di masochismo, ma nelle giuste disposizioni é preghiera, invocazione che sale a Dio dal centro del nostro cuore, é segno di rinnovamento e di vita che comincia, annullando nella cenere della conversione l’uomo vecchio e peccatore accampato in noi, nascerà l’uomo nuovo con Cristo risorto. L’imposizione delle ceneri ci ricorda che la conversione parte prima di tutto da noi, ognuno di noi deve fare un lavoro di conversione personale. Ma l’itinerario quaresimale con si conclude su di noi, sul nostro capo, ma si conclude sulla capacità di amare, accogliere, perdonare, i fratello che ci sta accanto. Il tempo di quaresima infatti possiamo dire che termina nel giovedì santo, con il gesto di Gesù di lavare i piedi degli apostoli. La quaresima inizia sul nostro capo e termina con l’acqua sui piedi del nostro fratello. La vera conversione si manifesta nel saper compiere con Gesù il gesto della lavanda dei piedi. La quaresima non è dunque un cammino di sola mortificazione corporale ma anche un cammino che mi conduce a gesti concreti di carità e di amore. La penitenza fine a se stessa non serve a nulla, rischia di farci inorgoglire, ci può far illudere di essere migliori degli altri. La vera penitenza è quella che mi conduce ad avere i sentimenti che furono in Gesù Cristo. Il vangelo di questa domenica ci ripropone l’inizio del ministero pubblico di Gesù. Gesù appena battezzato da Giovanni viene come scrivevo sopra sospinto verso il deserto per essere tentato dal demonio. Precisando subito che la tentazione non ha nulla a che fare col peccato ( è ciò che può precedere il peccato) Gesù è stato sottoposto alla tentazione perché ha assunto la nostra umanità, ma ha vinto la tentazione in quanto è anche Dio. Contemplando Gesù vincitore del demonio siamo chiamati in lui ad affrontare la tentazione e anche il Demonio, il Male che in essa si manifestano sapendo che lo possiamo e lo dobbiamo vincere. Con Gesù non siamo destinati a soccombere ma a Vincere. Dalle Fonti Francescane (FF 796) Francesco predica alla Clarisse più con l’esempio che con la parola:
Buon cammino di quaresima! Padre Maurizio [ Archivio ] [ Inizio pagina ]
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II DOMENICA DI QUARESIMA (B) Gn 22, 1-2. 9. 10-13. 15-18; Sal 115; Rm 8, 31-34; Mc 9, 1-9 Dal vangelo secondo Marco.
L'OBIEZIONE DEL DOLORE **** La liturgia della parola ci ha delineato davanti agli occhi due scene: quella di Abramo che sale sul monte del Signore per sacrificarvi il figlio Isacco e quella di Gesù che sale sulla montagna per essere trasfigurato. Apparentemente, di comune c'è solo lo scenario - il monte - perché, per il resto, una è una scena di sacrificio, l'altra è una scena di glorificazione. Se però la liturgia ha riunito e messo a confronto queste due pagine della Bibbia, ci deve essere un motivo profondo che dobbiamo scoprire. In realtà, veniamo a scoprire che i motivi profondi sono due: uno cristologico e uno antropologico… La parola di Dio di questa domenica si presta infatti a una duplice lettura: una che ci parla di Cristo e una che ci parla di tutti noi. Le due intimamente connesse. L'evangelista Marco dà dell'episodio della Trasfigurazione una versione quanto mai sobria e convincente. E impossibile sottrarsi all'impressione che dietro il racconto ci sia il ricordo di un'esperienza personale (quella dell'apostolo Pietro di cui Marco raccoglie la predicazione), tanto i contorni sono semplici e nitidi e lo stato d'animo di Pietro reso alla perfezione (non sapeva che cosa dire). Molti studiosi discutono come spiegare la Trasfigurazione: se in chiave storica, se come narrazione simbolica, o se come esperienza interiore e visionaria. Ma forse sono discussioni superflue. Come se fosse possibile catalogare con le nostre categorie abituali (storia, simbolo, visione) un'esperienza chiaramente divina e soprannaturale e che ha una sua realtà infinitamente più profonda di quella che chiamiamo "storica". La certezza che i testimoni vollero comunicare alla Chiesa è che quel giorno Gesù apparve loro in una "luce" nuova, nella quale capirono, per rivelazione espressa del Padre, chi era Gesù. Fu come se la divinità nascosta del Verbo incarnato sfondasse le pareti della sua carne e brillasse in tutta la sua gloria; Dio fece risplendere quel giorno nel cuore dei discepoli la gloria divina che rifulge sul volto di Cristo (2 Cor. 4, 6). Poco prima, alla domanda: Chi è Gesù? si era udita la risposta della gente che diceva: Un profeta! e di Pietro che diceva: Il Messia! (cf. Mc. 8,27); ora, si ascolta la risposta del Padre: "Questi è il Figlio mio prediletto!" Eppure, si ha l'impressione che il senso della Trasfigurazione non sia esaurito qui, cioè nella manifestazione della gloria di Gesù. Quell'imperativo del Padre: Ascoltatelo!, rimanda a ciò che Gesù sta per dire; e quello che Gesù sta per dire è che il Messia deve soffrire molto ed essere disprezzato (Mc. 9, 12), che deve morire e poi risuscitare dai morti. Due cose dunque, nel racconto della Trasfigurazione, ci richiamano l'esperienza di Abramo della prima lettura: Gesù è il Figlio prediletto del Padre (come Isacco lo era di Abramo) e questo Figlio è destinato al sacrificio! Anzi, la realtà si spinge più in là della figura, perché Dio - a differenza di Abramo - non ha trattenuto la mano all'ultimo momento, "non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi" (Paolo, nella seconda lettura). La tradizione cristiana ha visto in Gesù la realizzazione perfetta del sacrificio di Isacco (Akeda), perfetta anche nei dettagli: Isacco porta sulle spalle la legna per il suo olocausto, come Gesù il legno della sua Croce; Isacco fu legato, come Gesù durante la sua passione; il monte stesso di Dio in cui sali Abramo corrisponde, nella tradizione biblica, al sito di Gerusalemme. Ecco dunque cosa rivela la lettura cristologica dell'odierna liturgia: che Cristo è giunto alla sua gloria (la trasfigurazione anticipa la risurrezione) attraverso la sofferenza, inaugurando così egli stesso quella via stretta che conduce alla vita. Dice anche che questo sacrificio del Figlio sancisce una nuova ed eterna alleanza tra Dio e gli uomini, come la disponibilità di Abramo a sacrificare il figlio aveva reso possibile la prima alleanza (Gen. 22, 16ss). La lettura “per noi” di tutta questa vicenda prende, all'inizio, la forma di una grande tentazione, di un “perché ?” mai soddisfatto.
Intorno a questa domanda ha preso piede la rivolta. Scrittori a noi vicini (Dostoevski, A. Camus ed altri…), hanno espresso, nei loro scritti, l'ondata di ribellione che sorge nel cuore dell'uomo a causa del dolore e specialmente del dolore degli innocenti. La domanda: Perché soffro? - e stato scritto - è la roccia dell'ateismo. “Non è che non accetti Dio - dice un personaggio di Dostoevski -, ma rispettosamente gli restituisco il mio biglietto” (I fratelli Karamazov) cioè: rifiuto di vivere nel suo mondo. Il che è peggio che negare semplicemente Dio; è rivolta. C'è una sofferenza inspiegabile nel mondo - chi lo può negare ? -; ma non è sorprendente che essa non porti quasi mai lontano da Dio chi la soffre realmente, ma soltanto chi del dolore discute a tavolino, cioè filosofi e romanzieri? Il dolore vissuto che portò l'innocente Anna Frank a scoprire Dio e ad amarlo in modo commovente (vedi il suo Diario), nella mente dei suoi commentatori - gente che scriveva dopo la guerra, nel caldo delle case ricostruite -, si è tramutato in “insormontabile prova” contro Dio. Il dolore degli innocenti (a partire da quello del giusto Abele) non ha una spiegazione razionale, è vero, e quando crediamo di averla finalmente trovata, essa crolla presto all'apparire di fatto della prova. Ma se il dolore non ha una spiegazione, ha però una garanzia: Gesù Cristo! Non siamo più nella stessa situazione di Giobbe. Il dolore ha un senso e questo senso non può essere semplicemente il castigo per il peccato, perché lui, il Figlio prediletto del Padre, l'uomo senza peccato, l'ha assaporato fino in fondo. C’è, perciò, almeno uno che ha il diritto di perdonare, un giorno, tutto e tutti (compreso chi ha fatto soffrire un innocente) e di riconciliarci con l'universo di Dio; «su lui che sta fondato l'edificio e sarà a lui che salirà l'inno: “Giusto sei tu, Signore, da quando si sono svelate le tue vie”.» (Dostoevski). Ha fatto bene la liturgia a porre oggi tra la prima lettura e il Vangelo quella parola di Paolo: "Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi", perché la chiave è proprio qui. In un certo senso, possiamo dire che Dio ha sofferto la stessa angoscia di Abramo e ha condiviso perciò la sorte che ha permesso per le sue creature. Il Dio di Gesù non è un dio “impassibile”. Cosa fare allora di fronte al dolore nostro e altrui? Il Salmo responsoriale ci ha fatto ascoltare questa stupenda confessione di un uomo come noi: "Ho creduto anche quando dicevo: Sono troppo infelice". Credere anche nel dolore. E’ la più bella prova di fiducia che si possa dare a Dio. Di Abramo si legge che "credette, sperando, contro ogni speranza" e che questo "gli fu accreditato come giustizia". Anche a noi - concludiamo con l'Apostolo - sarà accreditato come giustizia "se crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù" e in colui che un giorno lo trasfigurò sul monte Tabor; se crediamo, cioè, che Dio è abbastanza buono e potente per riscattare ogni dolore, ogni lacrima e far giungere anche noi - come vi giunse Gesù - attraverso la momentanea e leggera tribolazione a una quantità smisurata ed eterna di gloria. Dalle Fonti Francescane (FF 1919) Della terza considerazione delle sacre sante stimmate:
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Breve commento del brano Mc 9, 1-10:
9,1 E aggiunse: «Vi assicuro che alcuni di quelli qui presenti non moriranno senza avere visto arrivare la signoria di Dio con potenza». Gesù aggiunge un detto solenne che incoraggia la speranza: la signoria di Dio conoscerà un impulso straordinario entro quella stessa generazione, grazie all'ingresso dei pagani net Regno dopo la distruzione di Gerusalemme (13,28-32; 14,62); verrà con potenza di vita per l'umanità (cff. 5,30; 12,24; 13,26; 14,62). Una nuova tappa storica sarà inaugurata. La trasfigurazione. Lo stato definitivo dell'Uomo (9,2-13; Mt 17,1-13; Lc 9,28-36) Di fronte alla violenta reazione di Pietro - portavoce del gruppo dei discepoli - alla predizione sul destino del Figlio dell'uomo (8,32), Gesù vuole convincerli, mediante un'esperienza straordinaria, che accettare anche la morte che procura ad altri vita e pienezza umana non significa il fallimento dell'uomo e del suo progetto vitale, ma, al contrario, assicura il successo definitivo dell'esistenza. 2 Sei giorni dopo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, li fece salire su un alto monte, in disparte, solo essi, e si trasfigurò davanti a loro... Gesù prende con sé i tre discepoli più rappresentativi e che offrono maggior resistenza al messaggio (3,16s, soprannomi; cff. 5,37); vuole mostrare loro lo stato finale dell'Uomo che, con il dono di sé, ha superato la morte (cff. 8,31.35). L'alto monte è simbolo di un'importante (altura) manifestazione divina; la precisazione in disparte allude, come nei contesti precedenti (4,34; 7,33), all'incomprensione di questi discepoli. La scena anticipa quella che sarà la condizione di risuscitato. 3-4 ... /e sue vesti divennero di un bianco abbagliante; nessun lavandaio sulla terra sarebbe capace di render/e così bianche. Apparve /oro Elia con Mosè; stavano conversando con Gesù. Il bianco abbagliante impossibile da ottenere in questo mondo simboleggia la gloria della condizione divina (cfr. 16,5); Gesù si manifesta nella pienezza della sua condizione di Uomo-Dio. Due personaggi, Elia (i profeti) e Mosè (la Legge),che rappresentano l'AT nella sua totalità, appaiono per essere visti dai discepoli, però non parlano con loro, ma con Gesù; il verbo conversare figura in Es 34,35 per indicare che Mosè riceveva istruzioni da Dio; ora è tutto l'AT che le riceve da Gesù; egli è il punto di arrivo, la meta alla quale tendeva tutta la rivelazione precedente; l'AT non contiene più un messaggio diretto per i cristiani, la sua validità o la sua decadenza vanno giudicate a partire da Gesù i discepoli dovrebbero capirlo. 5 Reagì Pietro dicendo a Gesù: «Rabbi, è molto bello per noi stare qui; potremmo fare tre capanne; una per te, un'altra per Mosè e l'altra perElia». La reazione di Pietro è caratteristica: Rabbi (in Mc, solo in bocca a Pietro, 9,5; 11,21, e a Giuda,14,45),era il titolo onorifico dei maestri della Legge, fedeli alla tradizione giudaica; Pietro dimostra che la visione non ha cambiato la sua mentalità e continua ad essere attaccato a quella tradizione. Pietro offre la collaborazione dei tre (potremmo fare) e pretende mettere su un piano di uguaglianza Gesù, Mosè ed Elia (tre capanne), cioè, vuole integrare il messianismo di Gesù nelle categorie dell'AT: Mosè (liberazione d'Israele con la morte dei nemici), Elia (zelo riformatore e violento, 1Re 18,40; 19,14ss; 2Re 1,9-12; Sir 48,lss; cff. Mc 1,29-31). Non vede nella gloria che si è manifestata uno stato finale, crede che appartenga alla vita storica di Gesù e desidera che venga messa al servizio della restaurazione d'Israele. 6 Il fatto è che non sapeva come reagire, perché erano alterati. L'offerta di Pietro a collaborare è stato un tentativo per ingraziarsi Gesù; di fatto, i tre discepoli provano terrore di fronte alla gloria che si manifesta in lui, che, data la loro precedente resistenza, sentono come una minaccia. Non capiscono che la visione è un atto di amore di Gesù, che intende liberarli dagli ideali meschini ed esc1usivisti che limitano il loro orizzonte e impediscono il loro sviluppo umano. 7-8 Si formò una nube che li copriva, e ci fu una voce dalla nube: «Questo è mio Figlio, l'amato: ascoltatelo». E immediatamente, guardando intorno, non videro più nessuno se non il solo Gesù con loro. La nube è simbolo della presenza divina (cfr. Es 40,34-38). La voce rivela ai discepoli l'identità di Gesù (cfr. 1,11) e avalla il sua insegnamento; è l'unico che devono ascoltare (cfr. Dt 18,15.18). L'AT non ha più voce propria; ascoltando Gesù, la comunità cristiana ingloba o scarta la dottrina dell'AT. La manifestazione termina. 9 Mentre scendevano dal monte li avvertì di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto fino a che il Figlio dell'uomo non fosse risuscitato dalla morte. Poiché i discepoli lo hanno interpretato male, non devono diffondere il loro errore. Ciò che si è manifestato è la gloria definitiva dell'Uomo dotato della condizione divina, «il Figlio dell'uomo». Questa espressione dal significato estensivo, indica che la stessa condizione gloriosa dovrà estendersi ai suoi seguaci. Per i tre discepoli, solo dopo la morte di Gesù - che mostrerà la qualità del suo messianismo - il fatto potrà trovare il suo contesto interpretativo. Ma dovrebbe prepararli alla scena del Getsemani (14,33). 10 Essi si attennero a quell'avviso, sebbene discutessero tra loro su cosa significasse quel «risuscitare dalla morte». I discepoli hanno dissociato dalla morte di Gesù la visione che hanno appena vista; sperano quella gloria per la loro vita mortale. Per questo non capiscono cosa voglia dire risuscitare dalla morte. Nonostante la precedente predizione di Gesù (8,31), continuano ad aspettare il trionfo terreno. J. Mateos, F. Camacho, Marco testo e commento, Cittadella Editrice, Assisi - 1996
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III DOMENICA DI QUARESIMA (B)
Es 20, 1-17; Sal 18;
1 Co 1, 22-25;
Gv 2,13-25 Dal vangelo secondo Giovanni.
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Domenica 26 Marzo 2006 IV DOMENICA DI QUARESIMA (B) 2 Cr. 36,14-16.19-23; Sal 136; Ef. 2, 4-10; Gv. 3, 14-21
Dal vangelo secondo Giovanni.
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