Parrocchia San Francesco d'Assisi

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COMMENTO ALLA PAROLA DI DIO DELLA DOMENICA

A cura dell’ordine francescano secolare

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Commento per la Domenica 17 settembre 2006...

Commento per la Domenica 24 settembre 2006...

La liturgia del Giorno...

 

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Domenica 24 settembre 2006

XXV° Domenica del Tempo ordinario - B

Sap 2, 12.17-20; Sal 53; Gc 3,16 - 4,3; Mc 9, 30-37

 

Dal vangelo secondo Marco.

Gesù e i discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse.
Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà».
Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni.
Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?».
Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande.
Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» .
 

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Il tema offerto dalle letture di questa domenica è il cammino del Messia verso la sua passione e morte. Siamo di fronte ad uno dei momenti più alti dell’insegnamento di Gesù: egli sta conducendo i suoi sul terreno della piena e pura fede. E’ insistente la richiesta di affidarsi a lui, di accettare tutto il mistero nella sua globalità perché non c’è resurrezione senza il passaggio attraverso la croce. Questa pagina di così alta rivelazione non cessa però di essere “incarnata” e ci dice, senza falsità, quanto tempo abbiano impiegato gli apostoli a capire! Gesù era amato da loro, stava con loro, andava avanti a loro…. Però, quanto lungo ancora il cammino per entrare veramente e pienamente nel cuore del mistero!
Bisogna pregare e ringraziare per la chiarezza con cui Gesù ci parla e ci invita.
Siamo a poche settimane dalla conclusione dell’anno liturgico B, anno in cui abbiamo celebrato la Pasqua del Signore ascoltando il Vangelo di Marco. Questo Vangelo presenta la storia di Gesù, il Cristo e il Figlio di Dio, come un cammino che inizia in Galilea con l’annuncio del regno di Dio e arriva alla sua meta in Giudea, a Gerusalemme, dove Gesù viene condannato a morte dagli uomini. Ma Dio, che lo fa risorgere dai morti, conferma l’esito positivo della sua missione e l’efficacia del suo messaggio. Così il dramma di Gesù diventa una “buona notizia” da proclamare a tutti. Questa è la trama del libretto di Marco che viene concentrata in questo secondo annuncio profetico sul destino del Figlio dell’uomo: Gesù ha già iniziato il viaggio verso Gerusalemme e tutta la sua attenzione si concentra sul gruppo dei discepoli che fanno strada con lui e condividono il suo destino, “Gesù e i discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse”.Nella prima parte del Vangelo di Marco, Gesù impone il silenzio riguardo ai suoi gesti prodigiosi soprattutto impedisce agli spiriti degli indemoniati di rivelare la sua identità nascosta di Figlio di Dio. Nella seconda parte del Vangelo, che inizia con la professione di fede messianica a Cesarea di Filippo, egli impone ai discepoli di non parlare di lui a nessuno. Questo silenzio, detto segreto messianico, ha la funzione di predisporre i discepoli ad ascoltare il suo insegnamento circa il destino del Figlio dell’uomo. L’evangelista infatti giustifica la riservatezza di Gesù in questi termini: “Istruiva infatti i suoi discepoli”. E subito dopo abbiamo l’annuncio del mistero pasquale che attira l’attenzione per la sua essenzialità: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni risusciterà”. Il Figlio dell’uomo nella tradizione evangelica è Gesù in quanto rappresentante davanti a Dio del destino degli altri esseri umani. Osservando bene, la frase precedente detta da Gesù è al passivo e in forma impersonale (sta per essere consegnato… lo uccideranno… ), modalità che rimanda all’iniziativa di Dio che guida la storia cioè il destino del Figlio dell’uomo “consegnato nelle mani degli uomini” sta in effetti nelle mani di Dio. Proprio su questo aspetto si radica la seconda parte della frase profetica di Gesù, in cui egli annuncia la sua resurrezione, essa verrà infatti grazie all’iniziativa di Dio.
L’annuncio profetico di Gesù circa il suo destino riprende lo schema della passione del giusto di cui si parla nella prima lettura dal Libro della Sapienza. Questo è un frammento di omelia o catechesi, destinata alla comunità ebraica di Alessandria d’Egitto, dove si descrive la condizione spirituale dell’ebreo osservante esposto agli insulti degli “empi”. Questi ultimi non sono solo i pagani ma anche gli ebrei che si lasciano da loro coinvolgere: “Tendiamo insidia al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione ricevuta”. Il conflitto tra il “giusto” e gli “empi” alla fine diventa un complotto di questi ultimi contro il pio giudeo che però si appella all’intervento di Dio. Lo scontro quindi non è più tra due diversi orientamenti religiosi ma diventa tra Dio, che si prende cura del giusto, e gli empi che lo sfidano: “Vediamo se le sue parole sono vere; proviamo ciò che gli accadrà alla fine. Se il giusto è figlio di Dio, egli l’assisterà, e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti… Condanniamolo ad una morte infame, perché secondo le sue parole, il soccorso gli verrà”.
Il Salmo responsoriale che commenta la prima lettura, è la preghiera del giusto che si appella al soccorso e alla giustizia di Dio, preghiera che esprime la fiducia dell’uomo perseguitato o condannato ingiustamente. E’ lo stesso modello a cui si ispira il dramma spirituale del libro di Isaia, in cui è protagonista il “servo del Signore”.
Queste letture preparano la pagina evangelica letta dove Gesù, nel suo cammino, ripercorre le tappe della passione del giusto che affida la sua causa a Dio.
Come sempre l’insegnamento evangelico ci interpella. Gesù infatti in questo cammino non è solo: i suoi discepoli sono chiamati a condividere il suo destino e loro ci rappresentano. In un primo tempo il gruppo dei discepoli rimane estraneo alla prospettiva di Gesù e Marco lo rimarca con insistenza: “Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni”. “Comprendere” la parola di Gesù implica un coinvolgimento spirituale che i discepoli in quel momento non hanno, e la loro paura prelude a quella della notte dell’arresto di Gesù, in cui tutti lo abbandonano e fuggono via. Se andiamo in profondità nella seconda parte del brano del Vangelo di Marco vediamo che l’evangelista ci narra questo clima di estraneità spirituale in una scena di grande affetto: Gesù cammina da solo davanti a un gruppetto di discepoli che lo seguono fino a quando arrivano a Cafarnao ed entrano in casa. Proprio nell’intimità della casa Gesù chiede loro: “Di che cosa stavate discutendo lungo la via?”. Nessuno vuole rispondere, perché, dice l’evangelista, “per la via avevano discusso tra loro chi fosse il più grande”. Mentre Gesù, il Figlio dell’uomo percorre la strada del giusto anche a costo di essere ucciso, noi insieme ai suoi discepoli ci facciamo travolgere dal lato peggiore della nostra umanità, dalle cose del mondo, dalla cultura del potere e dell’egoismo. Ma Gesù, allora come oggi, si mette a sedere, chiama vicino i “Dodici”, chiama vicino noi fedeli riuniti in questa liturgia domenicale e dice: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. I “dodici” sono i rappresentanti dell’intera comunità messianica che Gesù convoca attorno a sé e sigilla con la sua morte, infatti il servizio del Figlio dell’uomo coincide con il dono della sua vita data per il riscatto di una moltitudine.
Gesù, per confermare questo ideale di comunità formata da persone libere in cui i rapporti sono modellati sul servizio-dono del Figlio dell’uomo, propone una piccola parabola mimata, una drammatizzazione: prende un bambino, lo pone in mezzo e lo abbraccia dicendo ai discepoli: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.
E’ una catena di gesti di accoglienza che partono dall’ultimo gradino della scala sociale, il bambino, per salire fino a Dio passando attraverso Gesù, l’inviato di Dio.Il Figlio di Dio si fa uomo in Gesù, Figlio dell’uomo, il quale a sua volta si identifica con la condizione umana a tal punto che uno dei più piccoli della famiglia umana è suo rappresentante.
In conclusione, Gesù che percorre la via del Figlio dell’uomo, del giusto perseguitato e ucciso affidando la sua causa a Dio, non solo dà dignità ad ogni essere umano, ma rovescia anche i criteri che fondano i ruoli nella comunità e ispirano i rapporti tra le persone.
Ecco perché San Francesco, nell’ascolto della Parola, progressivamente toglie dalla sua vita tutto ciò che è scoria e vi fa rimanere solo ciò che evangelicamente vale: diventa l’ultimo degli ultimi e vive la comunione con Dio attraverso la fraternità che è molto di più di una semplice amabilità tra fratelli, è accoglienza, pazienza, sopportazione, accettazione, perdono, obbedienza, servizio, consolazione, preghiera...e tante altre cose che la prossima novena in preparazione alla festa di San Francesco, del 4 ottobre, ci ricorderà.

 

Pace e Bene!

Marinella

 

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Domenica 25 Giugno 2006

XII domenica del  T.O. - Anno B

Gb 38, 1. 8-11; Sal 106; 2 Cor 5, 14-17; Mc 4, 35-41

Dal vangelo secondo Marco.

In quel giorno, verso sera, disse Gesù ai suoi discepoli: «Passiamo all'altra riva» . E lasciata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui.
Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che moriamo?».
Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia.
Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?». 

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Sullo sfondo della pagina evangelica odierna si profila l’azione di Dio creatore che con la sua parola domina il caos primordiale. Il dialogo di Dio con Giobbe avviene nel contesto di una teofania, “di mezzo al turbine”, che è una rilettura poetica del gesto della creazione. Quello che attira l’attenzione dell’autore biblico è la forza impetuosa delle onde del mare che si infrangono sulla spiaggia. Nella visione biblica questo elemento è un mondo carico di misteri di pericoli, diventa perciò l’immagine più eloquente ed efficace delle forze del male orgogliose e minacciose. Eppure questa realtà potente e tumultuosa è sottomessa a Dio, il Creatore. Nel brano tratto dal libro di Giobbe si immagina la creazione iniziale come un grandioso parto controllato da Dio che avvolge il mare di “densa caligine” e lo riveste con le nubi come fasce. Il racconto della Genesi parla della separazione delle acque e della loro raccolta in un solo luogo perché appaia l’asciutto. Nella trascrizione poetica di Giobbe Dio pone le acque del mare “tra due porte”, gli fissa un limite, gli mette un chiavistello alla porta ordinandogli: “Fin qui giungerai e non oltre e qui si infrangerà l’orgoglio delle tue onde”.
Al dramma di Giobbe fa eco la preghiera dei naufraghi del salmo responsoriale: “Nell’angoscia gridarono al Signore ed egli li liberò delle loro angustie”. È ancora l’intervento di Dio che libera dalla paura. Egli riduce la tempesta alla calma, fa tacere i flutti del mare e conduce i naviganti al porto sospirato. Il salmista condensa il senso di quest’esperienza di salvezza in una frase: “Videro le opere del Signore, i suoi prodigi nel mare profondo”. Egli conclude con l’invito a riconoscere l’azione salvifica di Dio creatore del mondo e Signore della storia: “Ringrazino il Signore per la sua misericordia e per i suoi prodigi a favore degli uomini”. Le grandi acque nel linguaggio biblico rappresentano la minaccia della morte: quelli che scampano al naufragio sono i salvati.
Su questo scenario il gesto di Gesù che calma la tempesta sul lago e salva i discepoli dal naufragio acquista tutto il suo significato.
Nel Vangelo di Marco Gesù, di fronte ad una folla enorme che si era raccolta sulla riva del mare di Galilea, sale su una barca e stando seduto si mette ad insegnare in parabole. Alla sera di quello stesso giorno Gesù ordina ai discepoli di passare all’altra riva del lago.
La tempesta che si scatena all’improvviso sul piccolo lago corrisponde ai dati realistici dell’ambiente e alle informazioni degli storici. L’evangelista la descrive con una frase “Si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena “. In questo racconto è chiara l’intenzione di porre in risalto il contrasto tra Gesù che dorme tranquillamente a poppa adagiato su un cuscino e i discepoli che sono presi dalla paura: paura della morte.
In contrapposizione con la reazione angosciata dei discepoli, Gesù affronta la potenza minacciosa del mare nella piena consapevolezza della sua autorità: egli si rivolge al vento e alle acque del mare con un ordine, “Taci, calmati!”. È la stessa parola detta allo spirito malvagio che nella sinagoga di Cafarnao tormenta un indemoniato. Come nel caso dell’esorcismo anche ora la parola di Gesù ha un’efficacia immediata: “Il vento cessò e vi fu grande bonaccia”.
Segue poi un breve dialogo con i discepoli, Gesù li interpella con una duplice domanda che contemporaneamente è discreto rimprovero e invito: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede!”. La reazione dei discepoli è analoga a quella della folla che assiste a Cafarnao al primo esorcismo di Gesù: timore e stupore “Chi è mai questo?…. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono”. Dopo la tempesta sul lago, calmata dall’ordine di Gesù, anche i discepoli sono presi “da grande timore” e si chiedono l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare ubbidiscono?”. Il timore che prende i discepoli di fronte al gesto di Gesù è diverso dalla “paura” che contrasta con la fede. Esso, assieme allo stupore, predispone il cammino di fede suggerito dall’interrogativo circa l’identità di Gesù.
La domanda infatti su “chi è Gesù” permea tutta la prima parte del Vangelo di Marco che si conclude con la professione di fede di Pietro nei dintorni di Cesarea di Filippo: “Tu sei il Cristo”. Di fronte ai suoi gesti potenti non solo la gente, ma anche gli scribi si chiedono: chi è costui? Essi però sono preoccupati di tutelare l’ortodossia religiosa e di conservare il loro potere. Perciò concludono dicendo che Gesù è un bestemmiatore, posseduto da uno spirito immondo. L’evangelista invece nel tracciare il profilo dei discepoli invita a tenere aperta la domanda perché Gesù non si lascia inquadrare in un modello predefinito. Egli, infatti, con la forza della sua parola rimanda alla realtà di Dio creatore del mondo e Signore della storia. Anche i lettori del Vangelo sono invitati con i discepoli a passare dalla paura alla fede. La paura blocca la ricerca e impedisce il cammino di fede. Essa fa ripiegare sulle formule precostituite che danno sicurezza.
A questo percorso della fede in Gesù Cristo, suggerito dal Vangelo odierno, si potrebbe allacciare anche il testo della seconda Lettera ai Corinzi. Paolo parla della sua “conoscenza di Cristo” che corrisponde alla realtà della nuova creazione. Egli parte dall’esperienza dell’amore di Cristo che si manifesta nella sua autodonazione della morte a favore di tutti gli essere umani. Essi, afferma Paolo, “ non vivono più per sé stessi ma per colui che è morto e risuscitato per loro”. Perciò conclude l’apostolo: “ Noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e, anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così”.
Nel linguaggio paolino la “carne” indica la condizione dell’essere umano esposto alla morte. L’esperienza del limite e la paura della morte condizionano il modo di pensare e di vivere delle persone. Tutto questo, dice Paolo, fa parte del vecchio mondo che è finito con la morte e resurrezione di Gesù. Chi è inserito in lui mediante la fede battesimale “è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove “.
Le novità di cui parla Paolo coincide con l’esperienza della fede in Gesù Cristo morto e risorto. Nella sua morte, come atto estremo di amore, si rivela la potenza di Dio creatore che libera l’essere umano dalla morte. La nuova “conoscenza” di Cristo, di cui parla Paolo, è il riconoscimento e l’accoglienza di questo amore che si rivela e si comunica paradossalmente nella sua morte di croce.
La liturgia odierna parla quindi di una presenza reale e pure nascosta, e di una fede messa alla prova. Certo il Dio che Gesù, attraverso Marco, ci fa conoscere in quest’occasione non è un Dio dispensatore di facili sicurezze; non è la formula risolutiva delle nostre difficoltà e dei nostri problemi. E la fede richiesta non è né fuga né disimpegno: é impegno continuo che perennemente viene messo alla prova.
Avere fede significa abbandonarsi a Dio anche quando lui “dorme”, perché sappiamo che nessuna difficoltà può vincerci; Dio le ha già vinte per noi.
Una fede così non isola dal mondo fino a dimenticare i problemi del mondo. Se il piano di Dio è quello di liberare il mondo dal male, a questo progetto l’uomo è chiamato a collaborare, lottando al suo fianco, prendendo sul serio i problemi del mondo, senza perdersi di coraggio. La fede è sperimentare l’insuperabile “affidabilità” di Dio, conosciuta attraverso Cristo che del Padre suo, l’Abbà, sempre si fida : anche nel cuore della tempesta, anche nel Getsemani, anche sulla croce.
 

Pace e Bene!

Marinella

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L'ultimo aggiornamento di questa pagina data del  23-09-2006

 

 

 

 

ARCHIVIO DEI COMMENTI

  1. I    domenica di Quaresima 5 marzo 2006

  2. II   domenica di Quaresima 12 marzo 2006 [Commento per ogni versetto ]

  3. III  domenica di Quaresima 19 marzo 2006

  4. IV domenica di Quaresima 26 marzo 2006

  5. V  domenica di Quaresima 02 aprile 2006

  6. Domenica della Passione del Signore

  7. Domenica della Resurrezione

  8. II° domenica di Pasqua - Anno B

  9. Domenica di Pentecoste

  10. Santissima Trinità

  11.  Corpus Domini

  12. XXIII° Domenica del Tempo ordinario - B

  13. XXIV° Domenica del Tempo ordinario - B

     

 

 

 

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I Domenica di Quaresima

Dal vangelo secondo Marco.

"In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto ed egli vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo»." (Marc 1,12-15)

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Abbiamo iniziato con il Mercoledì delle ceneri il cammino quaresimale, tempo forte dell’anno liturgico. E’ un tempo particolare, per la verità un po’ “scomodo” perché ci richiama  sia come Chiesa e sia come singoli cristiani che non siamo nella pienezza della santità, ma abbiamo ancora bisogno di conversione. E questo diciamoci la verità non ci fa mai piacere saperlo. Sia per il Papa che per l’ultimo dei cristiani, risulta  attuale l’invito di Gesù : Convertitevi e credete al Vangelo. Tutti nessuno escluso è chiamato alla conversione. Ognuno di noi tende a ritenersi a posto, il peccato lo diciamo a noi stessi non ci sfiora neanche.  Ma nella seria presa di coscienza dell’essere peccatori sta anche la speranza di trovar misericordia presso Dio. Dio resiste ai superbi ma da grazia agli umili. Il tempo di quaresima e scomodo anche perché ci richiama il mistero della vita di Cristo che più di tutti vorremo non considerare, o tenere a debita distanza, proprio come hanno tentato di fare gli stessi apostoli all’inizio della loro sequela, ricordate le parole di Pietro a Gesù nel primo annunzio della passione: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Questo mistero é la Croce. In questo periodo siamo chiamati a meditare sul mistero  di Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani, ma per coloro che sono chiamati è potenza di Dio e sapienza di Dio.

La Croce è il mistero dell’ amore di Dio, che ci deve far nascere nel cuore la parola di stupore: quanto Dio mi ha amato! La Croce è mistero di imitazione: che ci deve far nascere nel cuore la volontà di portare anche noi la nostra croce ogni giorno.

La quaresima non é umanamente parlando un tempo “simpatico” se per giunta ci mettiamo i richiami al digiuno, all’astinenza, alla preghiera, all’elemosina. Opere mai scontate e semplici da realizzare nello spirito di Gesù.

Ma la quaresima per il fedele è il tempo della grazia.

Come vivere la quaresima, come tempo di grazia? Il modo ce lo suggeriscono i 40 giorni (quaresima significa quarantesimo giorno) che  Gesù passò nel deserto. Nel brano del vangelo di Marco di questa Domenica si dice che lo Spirito sospinse Gesù nel deserto. Anche noi dobbiamo essere sospinti nel deserto, nel tempo quaresimale, dallo Spirito Santo. E’ Lui il motore di propulsione di ogni opera di salvezza, non è soltanto la nostra povera volontà che ci porta alla conversione. Preghiamo, invochiamo lo Spirito Santo nel nostro itinerario di Conversione e ci sospingerà non solo a pratiche, anche se utili, ma alla conversione del cuore, per essere più uniti nell’amore a Dio e ai fratelli, per avere il cuore puro, cioè non diviso tra Dio e il mondo, tra Dio e il peccato.

Vissuta nello Spirito Santo, la quaresima non è il tempo della tristezza, della mestizia del cuore, ma è già agli albori il tempo della gioia, perché Dio ci chiama a camminare nella quaresima verso la Pasqua, la risurrezione, la vita, la gioia piena che nessuno può toglierci.

Poniamo davanti a Dio il nostro desiderio di Convertici a Lui, di lasciar morire in noi il peccato  per risorgere con Cristo.

Mercoledì abbiamo  compiuto anche con un gesto il nostro proposito di conversione: l’imposizione delle ceneri, rito antico,  che ci richiama il modo con cui gli antichi uomini di cui ci parla la Bibbia esprimevano il loro cuore contrito e si umiliavano davanti a Dio. Non è un gesto di masochismo, ma nelle giuste disposizioni é preghiera, invocazione che sale a Dio dal centro del nostro cuore, é segno di rinnovamento e di vita che comincia, annullando nella cenere della conversione l’uomo vecchio e peccatore accampato in noi, nascerà l’uomo nuovo con Cristo risorto.

L’imposizione delle ceneri ci ricorda che la conversione parte prima di tutto da noi, ognuno di noi deve fare un lavoro di conversione personale. Ma l’itinerario quaresimale con si conclude  su di noi, sul nostro capo, ma si conclude sulla capacità di amare, accogliere, perdonare, i fratello che ci sta accanto. Il tempo di quaresima infatti possiamo dire che termina nel giovedì santo, con il gesto di Gesù di lavare i piedi degli apostoli. La quaresima inizia sul nostro capo e termina con l’acqua sui piedi del nostro fratello. La vera conversione si manifesta nel saper compiere con Gesù il gesto della lavanda dei piedi. La quaresima non è dunque un cammino di sola  mortificazione  corporale ma anche un cammino che mi conduce a gesti concreti di carità e di amore. La penitenza fine a se stessa non serve a nulla, rischia di farci inorgoglire, ci può far illudere di essere migliori degli altri. La vera penitenza è quella che mi conduce ad avere i sentimenti che furono in Gesù Cristo.

Il vangelo di questa domenica ci ripropone l’inizio del ministero pubblico di Gesù. Gesù appena battezzato da Giovanni viene come scrivevo sopra sospinto verso il deserto per essere tentato dal demonio. Precisando subito che la tentazione non ha nulla a che fare col peccato ( è ciò che può precedere il peccato) Gesù è stato sottoposto alla tentazione perché ha assunto la nostra umanità, ma ha vinto la tentazione in quanto è anche Dio. Contemplando Gesù vincitore del demonio siamo chiamati in lui  ad affrontare la tentazione e anche il Demonio, il Male che in essa si manifestano  sapendo che lo possiamo e lo dobbiamo vincere. Con Gesù non siamo destinati a soccombere ma a Vincere.

Dalle Fonti Francescane (FF 796)

Francesco predica alla Clarisse più con l’esempio  che con la parola:

Mentre di trovava presso San Damiano, il Padre fu supplicato più volte dal suo vicario di esporre alle figlie la parola di Dio e, alla fine, vinto da tanta insistenza, accettò.

Quando furono riuniti come di consueto per ascoltare la parola del Signore, ma anche per vedere il Padre, Francesco alzò gli occhi al cielo, dove sempre aveva il cuore e cominciò a pregare Cristo. Poi ordinò che gli fosse portata della cenere, ne fece un cerchio sul pavimento tutto attorno alla sua persona, ed il resto se lo pose sul capo. Le religiose aspettavano e, al vedere il Padre immobile e in silenzio dentro al cerchio di cenere sentivano l’animo invaso dallo stupore. Quando ad un tratto il Santo si alzò e, nella sorpresa generale, il luogo del discorso recitò il salmo Miserere. E appena finito, se ne andò rapidamente fuori.

Buon cammino di quaresima!

Padre Maurizio

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Domenica 12 Marzo 2006

II DOMENICA DI QUARESIMA (B)

Gn 22, 1-2. 9. 10-13. 15-18; Sal 115; Rm 8, 31-34; Mc 9, 1-9

Dal vangelo secondo Marco.

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù.

Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù:  «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!» . Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento.

Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube:  «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!» . E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro.

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. (Mc 9, 2-9)

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L'OBIEZIONE DEL DOLORE

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La liturgia della parola ci ha delineato davanti agli occhi due scene: quella di Abramo che sale sul monte del Signore per sacrificarvi il figlio Isacco e quella di Gesù che sale sulla montagna per essere trasfigurato. Apparentemente, di comune c'è solo lo scenario - il monte - perché, per il resto, una è una scena di sacrificio, l'altra è una scena di glorificazione. 

Se però la liturgia ha riunito e messo a confronto que­ste due pagine della Bibbia, ci deve essere un motivo profondo che dobbiamo scoprire. In realtà, veniamo a scoprire che i motivi profondi sono due: uno cristologico e uno antropologico… La parola di Dio di questa domenica si presta infatti a una duplice lettura: una che ci parla di Cristo e una che ci parla di tutti noi. Le due intimamente connesse.

L'evangelista Marco dà dell'episodio della Trasfigu­razione una versione quanto mai sobria e convincente. E impossibile sottrarsi all'impressione che dietro il racconto ci sia il ricordo di un'esperienza personale (quella dell'apostolo Pietro di cui Marco raccoglie la predicazione), tanto i contorni sono semplici e nitidi e lo stato d'animo di Pietro reso alla perfezione (non sapeva che cosa dire).

Molti studiosi discutono come spiegare la Trasfigurazione: se in chiave storica, se come narrazione simbolica, o se come esperienza interiore e visionaria. Ma forse sono discussioni superflue. Come se fosse possibile catalogare con le nostre categorie abituali (storia, simbolo, visione) un'esperienza chiaramente divina e soprannaturale e che ha una sua realtà infinitamente più profonda di quella che chiamiamo "storica". La certezza che i testimoni vollero comunicare alla Chiesa è che quel giorno Gesù apparve loro in una "luce" nuova, nella quale capirono, per rivelazione espressa del Padre, chi era Gesù. Fu come se la divinità nascosta del Verbo incarnato sfondasse le pareti della sua carne e brillasse in tutta la sua gloria; Dio fece risplendere quel giorno nel cuore dei discepoli la gloria divina che rifulge sul volto di Cristo (2 Cor. 4, 6). Poco prima, alla domanda: Chi è Gesù? si era udita la risposta della gente che diceva: Un profeta! e di Pietro che diceva: Il Messia! (cf. Mc. 8,27); ora, si ascolta la risposta del Padre: "Questi è il Figlio mio prediletto!"

Eppure, si ha l'impressione che il senso della Trasfigurazione non sia esaurito qui, cioè nella manifestazione della gloria di Gesù. Quell'imperativo del Padre: Ascoltatelo!, rimanda a ciò che Gesù sta per dire; e quello che Gesù sta per dire è che il Messia deve soffrire molto ed essere disprezzato (Mc. 9, 12), che deve morire e poi risuscitare dai morti.

Due cose dunque, nel racconto della Trasfigurazione, ci richiamano l'esperienza di Abramo della prima lettura:

Gesù è il Figlio prediletto del Padre (come Isacco lo era di Abramo) e questo Figlio è destinato al sacrificio! Anzi, la realtà si spinge più in là della figura, perché Dio - a differenza di Abramo - non ha trattenuto la mano all'ultimo momento, "non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi" (Paolo, nella seconda lettura).

La tradizione cristiana ha visto in Gesù la realizzazione perfetta del sacrificio di Isacco (Akeda), perfetta anche nei dettagli: Isacco porta sulle spalle la legna per il suo olocausto, come Gesù il legno della sua Croce; Isacco fu legato, come Gesù durante la sua passione; il monte stesso di Dio in cui sali Abramo corrisponde, nella tradizione biblica, al sito di Gerusalemme.

Ecco dunque cosa rivela la lettura cristologica dell'odierna liturgia: che Cristo è giunto alla sua gloria (la trasfigurazione anticipa la risurrezione) attraverso la sofferenza, inaugurando così egli stesso quella via stretta che conduce alla vita. Dice anche che questo sacrificio del Figlio sancisce una nuova ed eterna alleanza tra Dio e gli uomini, come la disponibilità di Abramo a sacrificare il figlio aveva reso possibile la prima alleanza (Gen. 22, 16ss).

La lettura “per noi” di tutta questa vicenda prende, all'inizio, la forma di una grande tentazione, di un “perché ?” mai soddisfatto.

- Non conosce Dio altra strada che quella della sofferenza ?

- Perché questo “ponte dei sospiri” tra noi e la gloria, tra noi e la felicità?

- Che amore fu quello di Abramo (e quello di Dio) se non seppe o non volle risparmiare il   dolore del proprio figlio ?

Intorno a questa domanda ha preso piede la rivolta. Scrittori a noi vicini (Dostoevski, A. Camus ed altri…), hanno espresso, nei loro scritti, l'ondata di ribellione che sorge nel cuore dell'uomo a causa del dolore e specialmente del dolore degli innocenti. La domanda: Perché soffro? - e stato scritto - è la roccia dell'ateismo. “Non è che non accetti Dio - dice un personaggio di Dostoevski -, ma rispettosamente gli restituisco il mio biglietto” (I fratelli Karamazov) cioè: rifiuto di vivere nel suo mondo. Il che è peggio che negare semplicemente Dio; è rivolta.

C'è una sofferenza inspiegabile nel mondo - chi lo può negare ? -; ma non è sorprendente che essa non porti quasi mai lontano da Dio chi la soffre realmente, ma soltanto chi del dolore discute a tavolino, cioè filosofi e romanzieri?

Il dolore vissuto che portò l'innocente Anna Frank a scoprire Dio e ad amarlo in modo commovente (vedi il suo Diario), nella mente dei suoi commentatori - gente che scriveva dopo la guerra, nel caldo delle case ricostruite -, si è tramutato in “insormontabile prova” contro Dio.

Il dolore degli innocenti (a partire da quello del giusto Abele) non ha una spiegazione razionale, è vero, e quando crediamo di averla finalmente trovata, essa crolla presto all'apparire di fatto della prova. Ma se il dolore non ha una spiegazione, ha però una garanzia: Gesù Cristo!

Non siamo più nella stessa situazione di Giobbe. Il dolore ha un senso e questo senso non può essere semplicemente il castigo per il peccato, perché lui, il Figlio prediletto del Padre, l'uomo senza peccato, l'ha assaporato fino in fondo. C’è, perciò, almeno uno che ha il diritto di perdonare, un giorno, tutto e tutti (compreso chi ha fatto soffrire un innocente) e di riconciliarci con l'universo di Dio; «su lui che sta fondato l'edificio e sarà a lui che salirà l'inno: “Giusto sei tu, Signore, da quando si sono svelate le tue vie”.» (Dostoevski).

Ha fatto bene la liturgia a porre oggi tra la prima lettura e il Vangelo quella parola di Paolo: "Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi", perché la chiave è proprio qui. In un certo senso, possiamo dire che Dio ha sofferto la stessa angoscia di Abramo e ha condiviso perciò la sorte che ha permesso per le sue creature. Il Dio di Gesù non è un dio “impassibile”.

Cosa fare allora di fronte al dolore nostro e altrui? Il Salmo responsoriale ci ha fatto ascoltare questa stupenda confessione di un uomo come noi: "Ho creduto anche quando dicevo: Sono troppo infelice". Credere anche nel dolore.

E’ la più bella prova di fiducia che si possa dare a Dio. Di Abramo si legge che "credette, sperando, contro ogni speranza" e che questo "gli fu accreditato come giustizia". Anche a noi - concludiamo con l'Apostolo - sarà accreditato come giustizia "se crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù" e in colui che un giorno lo trasfigurò sul monte Tabor; se crediamo, cioè, che Dio è abbastanza buono e potente per riscattare ogni dolore, ogni lacrima e far giungere anche noi - come vi giunse Gesù - attraverso la momentanea e leggera tribolazione a una quantità smisurata ed eterna di gloria.

Dalle Fonti Francescane (FF 1919)

Della terza considerazione delle sacre sante stimmate:

Viene il dì seguente, cioè il dì della santissima Croce, e santo Francesco la mattina per tempo innanzi dì si gitta in orazione dinanzi all’uscio della sua cella, volgendo la faccia inverso l’oriente, e orava in questa forma: «O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti prego che tu mi faccia, innanzi che io muoia:

- la prima, che in vita mia io senta nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nella ora della tua acerbissima passione,

- la seconda si è ch’io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori».

E stando lungamente in cotesto prego, sì intese che Iddio lo esaudirebbe e che, quanto questo fosse possibile a pura creatura, tanto gli sarebbe conceduto di sentire le predette cose. In breve, avendo santo Francesco questa promessa, comincia a contemplare divotissimamente la passione di Cristo e la sua infinita carità. E cresca tanto il fervore in lui della devozione, che tutto sì si trasformava in Gesù, e per amore e per compassione. E stando così infiammandosi in questa contemplazione, in quella medesima mattina egli vide venire dal cielo uno Serafino con sei ali risplendenti e affocate; il quale Serafino con veloce volare appressandosi a santo Francesco, sì ch’egli il poteva discernere, egli conobbe chiaramente che aveva in sé l’immagine d’uomo crocifisso, e le sue ali erano così disposte, che due ali si distendevano sopra il capo, due se ne distendevano a volare e l’altre due coprivano tutto il corpo. Vedendo questo, santo Francesco fu fortemente spaventato e insieme fu pieno d’allegrezza e di dolore con ammirazione. Aveva grandissima allegrezza del grazioso aspetto di Cristo, il quale gli appariva così dimesticamente e guatavalo così graziosamente: ma da altra parte vedendolo crocifisso in croce, aveva smisurato dolore di compassione. Appresso si merivegliava molto di così stupenda e disusata visione, sapendo bene che la infermità della passione non si confà colla immortalità dello spirito serafico.

Buon cammino di quaresima!

Padre Thierry

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Breve commento del brano  Mc 9, 1-10:

 

9,1 E aggiunse: «Vi assicuro che alcuni di quelli qui presenti non moriranno senza avere visto arrivare la signoria di Dio con potenza».

Gesù aggiunge un detto solenne che incoraggia la speranza: la signoria di Dio conoscerà un impulso straordinario entro quella stessa generazione, grazie all'ingresso dei pagani net Regno dopo la distruzione di Gerusalemme (13,28-32; 14,62); verrà con potenza di vita per l'umanità (cff. 5,30; 12,24; 13,26; 14,62). Una nuova tappa storica sarà inaugurata.

La trasfigurazione. Lo stato definitivo dell'Uomo (9,2-13; Mt 17,1-13; Lc 9,28-36)

Di fronte alla violenta reazione di Pietro - portavoce del gruppo dei discepoli - alla predizione sul destino del Figlio dell'uomo (8,32), Gesù vuole convincerli, mediante un'esperienza straordinaria, che accettare anche la morte che procura ad altri vita e pienezza umana non significa il fallimento dell'uomo e del suo progetto vitale, ma, al contrario, assicura il successo definitivo dell'esistenza.

2 Sei giorni dopo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, li fece salire su un alto monte, in disparte, solo essi, e si trasfigurò davanti a loro...

Gesù prende con sé i tre discepoli più rappresentativi e che offrono maggior resistenza al messaggio (3,16s, soprannomi; cff. 5,37); vuole mostrare loro lo stato finale dell'Uomo che, con il dono di sé, ha superato la morte (cff. 8,31.35). L'alto monte è simbolo di un'importante (altura) manifestazione divina; la precisazione in disparte allude, come nei contesti precedenti (4,34; 7,33), all'incomprensione di questi discepoli. La scena anticipa quella che sarà la condizione di risuscitato.

3-4 ... /e sue vesti divennero di un bianco abbagliante; nessun lavandaio sulla terra sarebbe capace di render/e così bianche. Apparve /oro Elia con Mosè; stavano conversando con Gesù.

Il bianco abbagliante impossibile da ottenere in questo mondo simboleggia la gloria della condizione divina (cfr. 16,5); Gesù si manifesta nella pienezza della sua condizione di Uomo-Dio. Due personaggi, Elia (i profeti) e Mosè (la Legge),che rappresentano l'AT nella sua totalità, appaiono per essere visti dai discepoli, però non parlano con loro, ma con Gesù; il verbo conversare figura in Es 34,35 per indicare che Mosè riceveva istruzioni da Dio; ora è tutto l'AT che le riceve da Gesù; egli è il punto di arrivo, la meta alla quale tendeva tutta la rivelazione precedente; l'AT non contiene più un messaggio diretto per i cristiani, la sua validità o la sua decadenza vanno giudicate a partire da Gesù i discepoli dovrebbero capirlo.

5 Reagì Pietro dicendo a Gesù: «Rabbi, è molto bello per noi stare qui; potremmo fare tre capanne; una per te, un'altra per Mosè e l'altra perElia».

La reazione di Pietro è caratteristica: Rabbi (in Mc, solo in bocca a Pietro, 9,5; 11,21, e a Giuda,14,45),era il titolo onorifico dei maestri della Legge, fedeli alla tradizione giudaica; Pietro dimostra che la visione non ha cambiato la sua mentalità e continua ad essere attaccato a quella tradizione. Pietro offre la collaborazione dei tre (potremmo fare) e pretende mettere su un piano di uguaglianza Gesù, Mosè ed Elia (tre capanne), cioè, vuole integrare il messianismo di Gesù nelle categorie dell'AT: Mosè (liberazione d'Israele con la morte dei nemici), Elia (zelo riformatore e violento, 1Re 18,40; 19,14ss; 2Re 1,9-12; Sir 48,lss; cff. Mc 1,29-31). Non vede nella gloria che si è manifestata uno stato finale, crede che appartenga alla vita storica di Gesù e desidera che venga messa al servizio della restaurazione d'Israele.

6 Il fatto è che non sapeva come reagire, perché erano alterati.

L'offerta di Pietro a collaborare è stato un tentativo per ingraziarsi Gesù; di fatto, i tre discepoli provano terrore di fronte alla gloria che si manifesta in lui, che, data la loro precedente resistenza, sentono come una minaccia. Non capiscono che la visione è un atto di amore di Gesù, che intende liberarli dagli ideali meschini ed esc1usivisti che limitano il loro orizzonte e impediscono il loro sviluppo umano.

7-8 Si formò una nube che li copriva, e ci fu una voce dalla nube: «Questo è mio Figlio, l'amato: ascoltatelo». E immediatamente, guardando intorno, non videro più nessuno se non il solo Gesù con loro.

La nube è simbolo della presenza divina (cfr. Es 40,34-38). La voce rivela ai discepoli l'identità di Gesù (cfr. 1,11) e avalla il sua insegnamento; è l'unico che devono ascoltare (cfr. Dt 18,15.18). L'AT non ha più voce propria; ascoltando Gesù, la comunità cristiana ingloba o scarta la dottrina dell'AT. La manifestazione termina.

9 Mentre scendevano dal monte li avvertì di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto fino a che il Figlio dell'uomo non fosse risuscitato dalla morte.

Poiché i discepoli lo hanno interpretato male, non devono diffondere il loro errore. Ciò che si è manifestato è la gloria definitiva dell'Uomo dotato della condizione divina, «il Figlio dell'uomo». Questa espressione dal significato estensivo, indica che la stessa condizione gloriosa dovrà estendersi ai suoi seguaci. Per i tre discepoli, solo dopo la morte di Gesù - che mostrerà la qualità del suo messianismo - il fatto potrà trovare il suo contesto interpretativo. Ma dovrebbe prepararli alla scena del Getsemani (14,33).

10 Essi si attennero a quell'avviso, sebbene discutessero tra loro su cosa significasse quel «risuscitare dalla morte».

I discepoli hanno dissociato dalla morte di Gesù la visione che hanno appena vista; sperano quella gloria per la loro vita mortale. Per questo non capiscono cosa voglia dire risuscitare dalla morte. Nonostante la precedente predizione di Gesù (8,31), continuano ad aspettare il trionfo terreno.

J. Mateos, F. Camacho, Marco testo e commento, Cittadella Editrice, Assisi - 1996

 

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Domenica 19 Marzo 2006

III DOMENICA DI QUARESIMA (B)

Es 20, 1-17; Sal 18; 1 Co 1, 22-25;  Gv 2,13-25
 

Dal vangelo secondo Giovanni.

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato» . I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora.
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?» . Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» .
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?» .
Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo.
(Gv 2, 13-25)

****

La prima lettura di questa terza domenica di quaresima ci propone alla riflessione il testo di Esodo 20,1-17 in cui si ha una prima redazione dei dieci comandamenti, l’altra  si trova in Deuteronomio 5,6-22.  In sintesi:

1.         Io sono il Signore, tuo Dio,… non avrai altri dei di fronte a me…

2.         Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio.

3.         Ricordati del giorno di sabato per santificarlo...

4.         Onora tuo padre e tua madre.

5.         Non uccidere.

6.         Non commettere adulterio.

7.         Non rubare.

8.         Non pronunziare falsa testimonianza.

9.         Non desiderare la casa del tuo prossimo.

10.       Non desiderare la moglie del tuo prossimo…

La riflessione sui dieci comandamenti ha bisogno di essere illuminata dalla fede e dalla consapevolezza che Dio comanda qualcosa non perché vuole essere su di noi una sorta padre- padrone che  vuole dettare delle regole, ma perché i comandamenti sono la strada che ci conducono verso la vita, sono dei paletti che ci impediscono di andare alla deriva esistenziale. Dio ci comanda qualcosa solo per il nostro bene. Non a caso questi Dieci comandamenti, o dieci parole sono viste secondo la tradizione ebraica in stretta connessione con le altre dieci parole che Dio pronuncia nell’atto della creazione, Genesi 1. Come le dieci parole di genesi creano l’universo intero, così le dieci parole del decalogo vissute in pienezza ci fanno vivere nell’armonia con Dio, con il creato, con noi stessi.

Dio comandando qualcosa non ci vuole legare, ma vuole impedirci che siamo legati da comportamenti sbagliati che deturpano la sua immagine in noi, e ci impediscono di conseguire lo scopo per cui siamo creati: la gloria di Dio.

Anche se la parola comandamento ci urta un po’, perché sembra che ci faccia servi di qualcuno. Il comandamento di Dio è per la nostra libertà e felicità.

La seconda lettura ci presenta un brano tratto dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, (1,22-25), in cui Paolo ci parla  di Gesù Crocifisso: scandalo dei Giudei, stoltezza per il pagani, ma per coloro che sono chiamati è potenza di Dio e sapienza di Dio.

La predicazione di Paolo si scontra inevitabilmente con le resistenza dei Giudei prima e Pagani dopo. Il suo insegnamento non si basa sulla sapienza del mondo ma sulla sapienza di Dio, e Dio ha voluto manifestare il suo Messia sofferente, umile, crocifisso. Se Paolo si fosse attenuto ai canoni della sapienza e intelligenza sia giudea che greca avrebbe insegnato di Dio altro. Paolo predica la sapienza di Dio non quella del mondo. A Cristo crocifisso ci si accosta solo con il dono della Fede. Lo Spirito Santo ci illumina su Gesù crocifisso. Il Vangelo. In questa domenica ci viene presentato un brano del vangelo di Giovanni, Gesù nel tempio di Gerusalemme: Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e i cambiavalute seduti al banco. Il tempio di Gerusalemme era il centro della vita religiosa e  ogni pio israelita ogni anno si  dovere  recare  nelle feste più importanti soprattutto a Pasqua. Era una imponete costruzione in pietra (ancora oggi ci sono dei resti in modo particolare il cosi detto “Muro del Pianto”) suddivisa in vari ambienti: il cortile dei gentili con i portici; il cortile delle donne; il cortile d’Israele, il cortile dei sacerdoti, il santo, e il santo dei santi.

Il cortile dei gentili molto probabilmente al tempo di Gesù doveva essere stato trasformato in una sorta di grande mercato all’aperto e a quanto pare questo cortile era trafficato da persone che non andavano al tempio vero e proprio a pregare ma per così dire vi transitavano per scorciatoia o per i loro affari. Gesù vedendo tutto questo frastuono di venditori di buoi di pecore e i cambiavalute, e il via vai dei pedoni, ha un senso di orrore e: Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi.

Certamente questa è una immagine del Gesù storico. E’ un immagine di Gesù che ha colpito i discepoli e vi hanno visto in questo suo gesto un passo della Scrittura: “Lo zelo per la tua casa mi divora”.

Ai venditori di colombe disse: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”.

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?. Rispose loro Gesù: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre gironi lo farai risorgere?”

Il tempio di Gerusalemme era il grande vanto degli ebrei, Gesù sembra con la sua affermazione ridimensionarlo, era un opera durata ben quarantasei anni e a quanto pare al tempo di Gesù non era ancora del tutto conclusa. Ma Gesù parlava del tempio del suo corpo. Quando fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e cedettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

L’immagine di Gesù che scaccia i venditori dal tempio e impone un atteggiamento di serietà e di rispetto per il tempio di Dio, ci richiama un senso di silenzio e di vera preghiera nella nostra vita. Anche noi dobbiamo forse  “scacciare” atteggiamenti che non ci fanno vivere in pienezza al cospetto della santità di Dio.

 

Orazione della Colletta

Signore nostro Dio, santo è il tuo nome; piega i nostri cuori ai tuoi comandamenti e donaci la sapienza della croce, perché, liberati dal peccato, che ci chiuede nel nostro egoismo, ci apriamo al dono dello Spirito Santo per diventare tempio vivo del tuo amore. Amen

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Domenica 26 Marzo 2006

 

 

 

Domenica 26 Marzo 2006

IV DOMENICA DI QUARESIMA (B)

2 Cr. 36,14-16.19-23; Sal 136; Ef. 2, 4-10; Gv. 3, 14-21

 

Dal vangelo secondo Giovanni.

In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» .
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?» .
Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo.
(Gv 2, 13-25)

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La prima lettura di questa IV Domenica di Quaresima è tratta dal secondo libro delle Cronache e ci parla del capitolo tragico della storia di Israele che è stata l’invasione Babilonese del 586 a.C. che distrusse Gerusalemme  il suo tempio e pose fine del regno di Giuda. Molti giudei furono deportati a Babilonia.

L’autore di questa pagina biblica che ci presenta la liturgia non si limita a ricordare l’evento storico in se ma fa una lettura teologica della storia: “In quei giorni, tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato in Gerusalemme.

Si mette in evidenza la situazione di peccato in cui il popolo si trova, situazione che non risparmia nessuno neanche le persone preposte al culto e alla direzione spirituale del popolo. E’ la situazione che spesso ritorna nelle pagine bibliche: il peccato. Questa ancestrale guerra dell’uomo alla legge di Dio. Sembra in alcuni frangenti della storia di Israele e del mondo impossibile camminare nella via che Dio traccia, la tentazione sembra più forte dell’uomo.

Davanti al persistere del peccato di Israele, e dell’uomo, Dio manifesta la sua magnanimità  e non si stanca: Il Signore Dio dei loro padri mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché amava il suo popolo e la sua dimora.

Sono espressioni stupende che ci parlano di Dio come un padre che non perde la speranza di poter essere riamato da i suoi figli ingrati. Dio è paziente con i suoi figli!

Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzavano le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio.

L’uomo accecato nel cuore non è capace di accogliere gli inviati di Dio.

In conseguenza di tutto ciò il disastro è inevitabile: Quindi i suoi nemici incendiarono il tempio, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti suoi palazzi e distrussero tutte le sue case più eleganti.

E’ la fine della gloria di Gerusalemme. Tutto ciò non “bastava per umiliare” e allora: Il re deportò in Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all’avvento del regno persiano attuandosi così la parola del Signore, predetta per bocca di Geremia: “Finché il paese non abbia scontato i suoi sabati, esso riposerà per tutto il tempo della desolazione fino al compiersi di settanta anni”.

L’umiliazione tocca il culmine con la deportazione. Fu un periodo di dolore per il “resto di Israele”, ma anche, come ogni crisi, un tempo di grazia, perché il popolo ebbe modo di capire la sua infedeltà a Dio, ebbe modo di conoscere il suo cuore, e riprendere a sperare solo in Dio.

Se è vero che Dio, a volte ci lascia nei nostri mali, perché sa di poter ottenere un bene maggiore, non tarda a far realizzare la promessa di bene: Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, a compimento della parola del Signore predetta per bocca di Geremia, il Signore suscitò lo spirito di Ciro re di Persia, che fede proclamare per tutto il regno, a voce e per iscritto: “ Dice Ciro re di Persia: Il Signore, Dio dei cieli, mi ha consegnato tutti i regni della terra. Egli mi ha comandato di costruirgli un tempio in Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e parta!”

Che dire di questa pagina biblica? E’ presente la storia umana fatta di rivolta a Dio, di peccato, di sofferenza, esili e purificazioni dolorose, ma anche e sopra di tutto di misericordia di Dio e compimento delle sue promesse. Dio ama il suo popolo, Dio ama ogni uomo.

 

Anche in questa domenica meditiamo sul Vangelo di Giovanni. Inizia così: In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: “Come Mosé innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”.  Gesù dialoga con Nicodemo un capo dei Giudei che faceva cioè parte del Sinedrio, probabilmente era un fariseo. Si  lasciò mettere in crisi da Gesù e andò a parlagli privatamente di notte. Gesù parlando con lui gli cita tra le altre cose questo passo dell’Antico Testamento tratto dal libro dei Numeri (il quarto libro del Pentateuco), il passo da cui Gesù attinge è questo: “il popolo disse contro Dio e contro Mosé: “Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per f