Preghiera per il  Libano

- Domenica 23/07/2006 -


 

Allarme UNICEF per la crisi in Libano:

il 30% delle persone colpite sono bambini...

 

Una bambina nasconde il proprio volto appoggiandosi su un muro...

Libano, in una scuola dove alloggiano gli sfollati

© UNICEF/HQ06 1040/Kate Brooks

 

Libano : la pace assennata a colpi di odio ?

Mgr Mansour Labaky*


Gli eterni propositi sulla guerra, dappertutto, su tutte le labbra, e l'incertezza sul domani, lasciano uno strano vuoto allo stomaco e danno l'impressione di camminare su un suolo che sfugge davanti a noi.

 

Giorno e notte, l'insopportabile rumore riempie il cielo e la terra. L'odio, venuto improvvisamente, stritola, mutila, divora, tutto ciò che gli capita. E la tenerezza dei bambini piange e prega.


Sugli schermi dei televisori, vediamo questi mazzi di bambini stipati in un vestibolo di un municipio, in una chiesa, in una sala di scuola o in un riparo di fortuna.

 

Un brivido ci afferra e ci fa stringere il cuore.


Questi meravigliosi fiori sono staccati dal mondo, ma non dal cielo. Si svegliano nel mattino senza vita in un silenzio di tenebra: l'amore è la loro sola certezza. Si svegliano al di là della paura, e il loro primo sguardo è un sorriso. Non aspettano più niente da un mondo che ha distrutto con efferatezza i loro giardini di tenerezza.

 

Allora, perché sorridono? Si immergono nella fiducia assoluta, quella del cuore. Quella che si ostina a cantare quando la ragione ha tutte le ragioni per disperare. Quella che è incompatibile con la paura. Quella che riceve tutto donando tutto, perché accoglie l'immensità dell'amore. Quest'amore che emana dai genitori, dai parenti, dai vicini, dai benevoli, tutti buoni samaritani, tabernacoli della carità di Dio sulla terra.


Chi tenderà la mano a questi bambini del giardino degli ulivi ? Quelli del Libano, di Terra Santa, d'Iraq e degli altri paesi in fiamme ?

 

I bambini del mio paese sono la nostra ragione di sperare.


Sulla loro interminabile via crucis, incontrano, Grazie a Dio, qualche Simone di Cirene. E voglio ringraziare tutti quelli che manifestano la loro solidarietà con il Libano.

 

Un proverbio libanese dice: " L'occhio di chi soffre è stretto". Vede tutto e memorizza tutto. Grazie a tutti gli amici, in cui il sangue dei santi circola nelle loro vene, di aprirci un angolo di cielo nell'inferno dove le ideologie cieche ci hanno buttato. Nella notte, è imperativo credere alla luce. L'olio delle nostre lampade non sarà mai esaurito grazie a voi, costruttori di cattedrali, ricettacoli delle lacrime di bambini senza infanzia.

 

*Mgr Mansour Labaky è vicario episcopale della diocesi di Beirut. Accoglie a Mansourieh, nella casa Notre-Dame du Sourire - Nostra Signora del sorriso -, più di trenta famiglie profughe,  che provengono del sud di Beirut e del sud del Libano.


 

è possibile aiutare l'associazione "L'enfant du Liban" - "Il bambino del Libano"


■ Contatto : lenfantduliban@voila.fr

Traduzione e adattamento - T.S. - sanfrancescoparr.iitalia.com

 

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Benedetto XVI ha convocato per domenica 23 luglio, una Giornata di preghiera e penitenza per la pace in Medio Oriente. Invito che è già stato accolto da numerose associazioni umanitarie, enti e svariate organizzazioni.
 

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Da fra Charbel - padre cappuccino del Libano

carissimo fra Thierry, io sto bene ma il Libano piange, Israele non attacca hizbollah ma la gente. Tutti due sono responsabili di quello che succede. Con questa lettera vi chiedo di meditare  pregare e agire se potete...

Lettera dal Libano :   «La speranza perduta di una vita normale»
 
 

BEIRUT— Seicento milioni di dollari di perdite per il bilancio dello Stato, 80 per cento degli alberghi svuotati, 90 mila persone scappate verso la Siria, 460 cittadini occidentali evacuati, decine di infrastrutture civili distrutte, centinaia di morti e di feriti, migliaia di sfollati: numeri, numeri, numeri... Per gli spettatori la guerra è un cumulo di cifre e di statistiche. Ma per noi interessati, il linguaggio ha una portata diversa, concreta, palpabile: le vittime hanno i volti di amici e di familiari, i ruderi sono sinonimi di anni di paralisi economica, e i danni significano lunghe giornate senza acqua, notti interminabili senza elettricità, e parenti cari che non rivedremo forse mai più.

L'immagine dei quindici bambini bruciati vivi nell'autobus che provava a fuggire dal villaggio di Merwaheen mi ossessiona. Provo a indovinare i loro nomi e le loro vite: Sami aveva magnetici occhi neri, Mohammed era bravissimo a scuola, Fatema sognava di diventare scrittrice, a Nour piacevano gli arcobaleni... Spero almeno che le loro mamme siano sparite con loro: la morte di un figlio è il più indecente dei drammi. L’altro pomeriggio mi ha preso una voglia di ribellione, un rifiuto ostinato di lasciarmi andare alla disperazione. Volendo fingere che la vita fosse normale malgrado tutto, sono andata a vedere con i miei figli un film a Jounieh, città costiera teoricamente sicura, 15 minuti a nord di Beirut.

Finita la proiezione, e usciti dalla sala, comincia il raid sul porto davanti a noi. La gente nella strada grida impazzita. Corriamo verso la macchina, il fumo ci circonda. Mi si piegano le ginocchia dalla paura, Mounir e Ounsi scoppiano a piangere, ma riesco a guidare lo stesso; guido come una matta fino a quando raggiungiamo casa. No, la vita non può essere normale quando si è libanese, imparo, per l’ennesima volta, a mie spese.

Joumana Haddad
Poetessa e giornalista libanese

Dal Libano - Mercoledì 19 Luglio

fcharbel 

 

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