Parrocchia San Francesco d'Assisi
07 100 - SASSARI

 

Intervista all'arcivescovo di Sassari

Monsignore Paolo Atzei

 

intervista rilasciata a "Voce Serafica"  - giugno 2006

 

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Monsignore Paolo Atzei - Arcivescovo di SassariPazienza, speranza e concretezza sono le tre virtù che Monsignor Paolo Atzei (1) invita a coltivare più assiduamente tra i cristiani sardi. Padre Paolo - come preferisce francescanamente essere chiamato - non fa differenza tra cattolici residenti nella sua diocesi di Sassari o nelle altre nove dell' isola. Tutti invitati a operare perché la Chiesa locale sia bella e splendente, ma anche a non farsi travolgere dal pessimismo se il problema delle vocazioni rimane grave e in cima ai pensieri del vescovo, se varie tipologie di pastorale (quella turistica per esemplificare) stentano a dare i risultati attesi, se difficoltà e ostacoli costellano il cammino della Chiesa sarda. Contro il rischio della rassegnazione sarà molto utile attingere al patrimonio culturale e all'esperienza comune fatta durante la lunga stagione del Concilio Plenario Sardo. Un grande contributo a una rinnovata vitalità spirituale potrebbe venire dalla riscoperta, soprattutto tra gli appartenenti agli ordini religiosi, di una genuina radicalità evangelica.

 

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Da 20 mesi alla guida della diocesi di Sassari, Padre Paolo, per conoscere meglio la sua Chiesa ha organizzato una pre-visita pastorale. Un viaggio attraverso 61 parrocchie alla scoperta delle singole specificità di queste «chiese tra le case».

 

«Non è una vera e propria visita pastorale- spiega il presule - ma una visita informale per cominciare a conoscerci. Una presa di contatto semplice, soft, mettendo già in codice tutti gli aspetti che riguarderanno la visita vera e propria, quella canonica».

 

Quali i problemi pastorali più evidenti della diocesi di Sassari?

 

«Costruire un tessuto umano e cristiana di qualità e profilo sempre più alto, i cui effetti, come è normale, si ripercuotono positivamente sulla comunità civile. Altro problema è avere la pazienza di attendere che i giovani sacerdoti si facciano le ossa e sappiano essere pastori sulla via maestra di Cristo pastore, ma anche sull'esempio di tante meravigliose icone di pastori delle nostre terre e delle nostre chiese. Il problema delle vocazioni esiste, ma il Signore in questo momento ci sta benedicendo, perché ci ha data 20 seminaristi che studiano e si preparano nel seminario maggiore e altrettanti nel minore. Aspettiamo e preghiamo».

 

Da 11 anni componente della Commissione Episcopale della CEI per il clero e la vita consacrata, può spiegare in poche battute la crisi regionale delle vocazioni alla vita religiosa? Diventare preti non entusiasma le giovani generazioni, ancora ,meno farsi frate.

 

«La vita consacrata vive un momento delicatissimo, dovuto e indotto da una parte dal sistema culturale di oggi dove tutto è omologato all'ultramondano,ridotto alle cose della terra.

Questa cultura ha intaccato in qualche modo anche la stessa chiesa e, nella chiesa, i religiosi. 0 questi riprendono in mano la propria vita e la ridicono, la ridiciamo, perché mi ci metto anch'io,

con radicalità evangelica, quindi senza farsi sconti addosso, e quindi con quelle specificità carismatiche proprie di ciascun istituto, n:a soprattutto tutti nel terreno comune dell'imitazione

di Cristo povero, vergine e obbediente al Padre, o altrimenti la riduzione deI senso e della significatività della vita religiosa rischia molto. A un giovane non interessa vedere nella vita consacrata quanto già nel monda ha, e molto meglio».

 

Questo vale anche per le vocazioni femminili?

 

«Certamente. Mentre in Sardegna c'è un piccolo trend positivo per le vocazioni maschili, quelle femminili stanno ancora toccando il fondo. Tuttavia sono convinto che nella nostra isola c'è un zoccolo duro di famiglie cristiane, praticanti, che volentieri ancora offrono i propri figli al Signore e diventano il primo luogo di discernimento vocazionale, anche delle vocazioni specifiche».

 

La riscoperta di un maggior senso religioso può avvenire anche attraverso le feste popolari, che in Sardegna, tra maggio e ottobre, non mancano. Quando era vescovo di Tempio lei pubblicò un documento su questa materia. Sagre e feste popolari pastoralmente come si possono collocare?

 

«Pastoralmente siamo sulla linea di Paolo VI, quando diceva che bisognava purificare la pietà popolare, valorizzare, promuovere, ma anche orientare a Cristo, perché non sia una specie di cerchio decentrico da Cristo, ma anche quelle feste costituiscano motivi, opportunità e occasioni

per dire che la salvezza è Gesù».

 

Sempre nella diocesi tempiese ha toccato con mano le problematiche della pastorale turistica. C'è una ricetta, una formula efficace per parlare di Dio ai turisti?

 

«Non ci sono ricette. La miglior ricetta da me indicata durante l'Anno Santo proponeva una comunità cristiana che sa accogliere i figli di altre chiese venuti in Sardegna per trascorrere le vacanze o, comunque, un periodo di riposo.

Proponevo una comunità cristiana locale che sapesse offrire ai vacanzieri - non con minore impegno, anzi in qualche modo con maggiore dedizione - gli stessi valori che i residenti normalmente offrono a se stessi durante il corso dell'anno.

Quindi niente altarini sulle spiagge, niente Messe in luoghi impropri, niente edulcorazioni della fede o anche diminuzioni del senso della fede o addirittura feste cristiane comprese nel pacchetto-vacanze dei giapponesi di turno, e chiedo scusa ai giapponesi».

 

Le chiese si spopolano d'estate, in Sardegna come in altre regioni. Organizzativamente che cosa si può fare?

 

«La pastorale del turismo va pensata, organizzando nei luoghi propri, nei modi liturgici richiesti, senza abdicare alle regole, la vita di una comunità cristiana adulta. Decentrare non solo la messa, che è il momento culminante della vita dei cristiana, ma anche altre situazioni: catechesi,

formazione, momenti culturali e religiosi. Purtroppo questa cultura non entra, perché per noi è più facile concentrare nella Messa tutto quello che vorremmo dire anche in fatto di catechesi, formazione e liturgia».

 

Lei è stato prima componente della segreteria del Concilio plenario sardo, poi vescovo, quindi membro di diritto di questa grande assemblea conciliare.

Si ha l'impressione che di quella bella stagione, anche se lunga, si stia attuando poco. Anche lei ha questa impressione?

 

«Il Concilia Plenario Sardo ha alcune valenze molto belle. La prima è il lavoro che abbiamo fatto insieme tra noi vescovi e con tutte le commissioni: quindi è la chiesa sarda che si è mossa.Una seconda valenza riguarda quello che si è scritto, i documenti prodotti. Tra le cose riportate negli atti del Concilia c'è un punto che potrebbe poi ricapitolarne molli altri: cioè l'istituzione di un centro regionale pastorale promotore di iniziative, da cui potrebbero originare

diversi settori della pastorale unitaria in Sardegna nelle varie diocesi. In questo modo la Chiesa sarda si esprimerebbe con una sola voce su alcuni aspetti pastorali, disciplinari e su problematiche generali come lavoro, economia, politica, società, cultura, ambiente».

 

Lei è stato parroco in diverse zone della Sardegna, ministro provinciale dei francescani conventuali, ora vescovo. Ha visto all' opera la Chiesa sarda da vari punti di osservazione. Quale è lo stato di salute, di questa nostra chiesa?

 

«È un momento particolare per la chiesa sarda. Aspetta la spinta anche da noi vescovi per riprendere in mano la propria vita e non perdere la sua speranza. Forse in questo momento c'è bisogno di una forza unitaria da parte di noi vescovi per dire ai sacerdoti, ai giovani vocati, a tutte le comunità cristiane il mistero di Cristo: la dica con grande gioia, con grande coraggio e indomita speranza cristiana».

 

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Programma pastorale e stile episcopale

 

Anche nell'intervista rilasciata a «Voce Serafica» ritorna una delle preoccupazioni principali dell' azione pastorale di Mons. Paolo Atzei, diventata ormai un obiettivo deI sua ministero episcopale: il rafforzamento e l'ampliamento deI tessuto umano delle comunità cristiane. Ne aveva parlato già al suo primo ingresso nella diocesi turritana. «L'identità della comunità ecclesiale - diceva Mons. Atzei il 31 ottobre deI 2004 - è definita dall'evangelista Matteo dalla sottomissione, dal diventare piccoli, dal farsi servi; dalla capacità di accogliere tutti, di ricercare il perduto,dalla forza dell'amore perdonante, dal non essere pietra d'inciampo, dal coeducarsi  e correggersi fraternamente, dall'essere una comunità di fratelli uniti nel nome del Signore».

 

Una città e una diocesi dove cittadini e fedeli hanno queste caratteristiche costruiscono la loro

identità sulla roccia e la città dell'uomo prepara veramente alla città di Dio e viceversa. Anche se un nuovo vescovo non deve inventare e proporre un suo programma, semmai servire il vangelo di Cristo, riconoscerne i modi di incarnarlo nella diocesi, Padre Paolo Atzei al suo ingresso aveva dato alcune indicazioni pastorali, ancora attuali.

Detto del rafforzamento e ampliamento deI tessuto umano, gli altri obiettivi del presule turritano sono i seguenti: una più efficace e profonda opera di evangelizzazione e formazione di tutti i battezzati, particolarmente della famiglia e dei giovani, e una più coraggiosa testimonianza evangelica nei mondi delle nuove povertà, della cu1tura e della comunicazione. Le nuove povertà Atzei le aveva individuate con i piccoli del vangelo: «Chi non ha,chi non può, chi non sa».

Le frontiere della cultura e della comunicazione sono più moderne, ma non meno attuali in un contesto come quello sassarese. Il dialogo col mondo accademico è stato quasi una costante nella missione pastorale dei vescovi della città deI nord dell'Isola, anche per l'impegnata presenza - fin dall'inizio del secolo scorso - dell'intellighentia cattolica nella chiesa turritana. Durante il suo brevissimo passaggio a Sassari, il 19 ottobre 1985, Giovanni Paolo II aveva voluto dedicare un po' del suo tempo proprio al mondo universitario. Monsignor Salvatore Isgrò annualmente incontrava docenti e universitari cattolici, soprattutto nel periodo pasquale. Paolo Atzei si è messo in quella scia. Mass-media, giornali, televisione, radio, internet sono il nuovo pulpito per veicolare il messaggio evangelico: la chiesa deve saperci stare dentro con misura e professionalità. L'Arcivescovo ne è pienamente consapevole.

Padre Paolo fin da subito ha dato indicazioni, per la verità anche obiettivi. Non è rimasto alla finestra, anche se si era ripromesso un anno di ascolto attento della diocesi. Nessun vescovo guarda e basta. Tanto meno poteva farlo Padre Paolo, naturalmente portato a rimboccarsi letteralmente le maniche e dare l'esempio.

«Per confermare nell'apostolicità - ha detto nelle sue «dichiarazioni programmatiche» - devo essere anch'io apostolo fedele a Cristo. Se il vangelo è Cristo Gesù Figlio di Dio, salvatore, dovrò annunciare il suo mistero umano e divino. Devo essere un vescovo che serve il vangelo per la speranza del mondo... Dovrò accettare e cercare, scoprire e favorire e dar voce, fare spazio e dar corpo a tutto ciò che avvera la speranza cristiana».

Così ha fatto a Tempio, Così va facendo a Sassari.

Gli obiettivi particolari e contingenti potranno – dovranno - cambiare, ma il programma di lavoro e lo stile di un episcopato rimarranno sostanzialmente immutati.

 

Mario Girau

 

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(1) Monsignore Paolo Atzei : Nato a Mantova il 21 febbraio 1942, ha frequentato la scuola media nel Seminario minore dei Frati Minori Conventuali di Sassari, il ginnasio in quello serafico di Oristano, il liceo nel Seminario francescano di Assisi. Per gli studi teologici e filosofici ha seguito i corsi dei Collegio Internazionale «Seraphicum» di Roma, dove ha conseguito la Licenza in Teologia.

La prima professione tra i conventuali risale al 1959, quando Paolo Atzei ha 17 anni; la seconda, cosiddetta «solenne», nel1963. Diventa sacerdote il 18 dicembre 1966.

Molti gli incarichi ricoperti nella famiglia conventuale, tutti in Sardegna: rettore dei Seminario minore Serafico a Tempio Pausania (1967-1973); parroco della parrocchia di S. Paolo in Oristano (1973-1979); guardiano del convento e parroco della Parrocchia di S. Francesco a Cagliari (1979-1985); presidente del CISM (conferenza italiana superiori maggiori) regionale (1985-1988).

Nel 1985 è eletto Ministro Provinciale dei Frati Minori Conventuali in Sardegna sino al 1993. E stato Assistente di Azione Cattolica e componente della Segreteria dei Concilio Plenario Sardo.

Eletto alla sede di Tempio-Ampurias 1'8 febbraio 1993, ha ricevuto la consacrazione episcopale il 28 marzo della stesso anno.

L'8 settembre 2004 è eletto arcivescovo metropolita di Sassari.

Dal 1995 monsignor Atzei fa parte della Commissione Episcopale della CEI par il clero e la vita consacrata.

 

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